giovedì 10 dicembre 2009

l'Io, il Mondo, l'Altro

“ La conoscenza di sé e del mondo è un percorso interiore, una riflessione su se stessi, una ricerca di conoscenza sulla propria identità, su ciò che realmente si sente e si è. Naturalmente, questa introspezione è possibile solo ponendoci in rapporto con il mondo che ci circonda. Non è possibile conoscere se stessi se non in relazione alla realtà in cui viviamo, in quanto il nostro essere è strettamente intrecciato con il mondo circostante. Solo se comprendiamo quest’ultimo siamo in grado di capire come vi collochiamo noi stessi”Questo brano introduce una recensione online del romanzo "Sostiene Pereira", e non si può che dare ragione all’autore del brano citato, perché come si può scindere la maturazione dell’Io dall’incontro con l’Altro? Una consapevolezza chiusa in se’ stessa non può che precipitare in una spirale di autismo che non porta ad altro che all’annientamento. Una consapevolezza aperta al mondo circostante accetta la sfida dell’alterità, affronta la paura del diverso e anche gli inevitabili pericoli, pur di uscire dal guscio protettivo e nascere veramente al mondo, aprendo gli occhi su ciò che sta al di fuori di se’ e riuscendo per contrasto a percepire ciò che sta dentro di se’. Questo processo può essere vissuto in molte e diverse fasi. Tutti gli esseri umani sani sperimentano questa crescita nei primi anni della vita quando imparano a relazionarsi con l’ambiente familiare, la scuola, il piccolo mondo dell’infanzia. Da adulti questo mondo tende ad ampliarsi, includendo una rete di conoscenze, il mondo del lavoro, per alcuni anche l’impegno politico o la fede. Ma si tratta in fin dei conti sempre di un recinto, certamente ampio, ma pur sempre limitato; nessuno, in fin dei conti, può veramente pensare di poter ampliare il proprio orizzonte fino ad includere tutti gli orizzonti possibili; fatalmente, per ogni nuova opzione scelta si deve rinunciare a qualcosa. Se rimani a casa non scopri il mondo, ma se viaggi per il mondo non puoi stare con la famiglia. Sono scelte che una persona di volta in volta deve fare, tenendo conto anche dei limiti umani oltre i quali non è possibile andare.Ciò non significa però che tutte le esperienze di vita siano uguali. Una vita è vissuta pienamente solo se tutte le scelte sono state fatte davvero, in piena coscienza e in libertà, sapendo –per quanto possibile- a cosa si rinuncia e facendosi un’idea su cosa si potrebbe trovare, valutando rischi e possibilità e decidendo in modo maturo. Se invece queste conoscenze sono negate, se quindi questa libertà viene limitata, allora l’orizzonte in cui si finisce per vivere diventa una prigione e non una casa. Io penso di aver avuto dalla mia vita tutte le occasioni che potessi desiderare di conoscere e ampliare i miei orizzonti culturali. Ho potuto studiare, ho potuto leggere, ho potuto viaggiare, e penso di potermi dire fortunato.Tutto ciò che mi interessava veramente l’ho ricercato, e di volta in volta so a cosa ho scelto di rinunciare. Adesso vorrei fare un altro passo: aprirmi a delle esperienze reali, nel mondo vero al di la’ del nostro mare, nel mondo diverso, il mondo “altro”, quello che ci fa paura, quello da cui vengono gli “stranieri”. Essere io “straniero” a casa loro, capire qual’è il mondo da cui sono partiti, in cui sono cresciuti, da cui a volte sono fuggiti. Capire che cosa significa davvero “globalizzazione”, capire in quale realtà viviamo e da quale realtà, a volte, scegliamo di nasconderci.Durante la seconda guerra mondiale in molti paesi europei sono avvenute cose orrende nell’indifferenza della gente, a pochi chilometri dalle loro case, dall’altra parte della strada in cui vivevano; cose troppo brutte per parlarne a tavola, e su cui in molti hanno preferito chiudere gli occhi. Io invece voglio aprirli, gli occhi, e cercare di farli aprire anche ad altri, perché ormai è chiaro che quel “Non accadrà mai più” tante volte ripetuto davanti agli orrori del passato è stato già tradito molte volte. E’ accaduto ancora, continua ad accadere, ma facciamo tutti finta di non vedere.

lunedì 4 maggio 2009

Sull'intolleranza degli atei, sul Perchè e sul Come

Nella mia vita ho incontrato molte persone di religione diversa, ma soprattutto cattolici, musulmani e atei provenienti da entrambe le culture. ho parlato di religione e questioni "esistenziali" un po' con tutti, perchè come sai questi sono discorsi da cui non riesco proprio a tirarmi indietro, e ho notato una cosa apparentemente sconvolgente. le persone più intolleranti, cioè quelle più propense a non accettare e denigrare le idee degli altri, sono sempre state, almeno nella mia esperienza personale, proprio gli atei. sia i cattolici che i musulmani infatti in linea di massima tendevano sempre a limitare le proprie affermazioni al livello del "io credo questo", e raramente indulgevano in manifestazioni di disprezzo verso la fede degli altri. questo rendeva di solito la conversazione possibile, e rendeva anche possibile individuare esattamente i punti nevralgici su cui gli interlocutori dissentivano, le radici profonde delle diverse credenze di ciascuno. alla fine ognuno rimaneva con le proprie idee, ma almeno sapeva in che cosa differivano le idee dell'altro dalle sue e poteva accettare questa differenza senza considerare l'altro "stupido" o le sue idee "sbagliate". parlando con gli atei invece questo non sembra possibile: essi infatti tendono a considerare "vere" solo le proprie affermazioni, e a disprezzare le credenze degli altri, ridocolizzandole e negando loro ogni dignità.
io penso che le affermazioni di tipo ateo, ad esempio "dio non esiste", non abbiano più dignità o più "verità" delle affermazioni religiose, tipo "dio esiste". in entrambi i casi non è possibile provare scientificamente la propria affermazione; in entrambi i casi si dichiara ciò in cui si crede a priori, a livello personale, su un argomento metafisico sul quale non è possibile alcuna controprova. in pratica entrambe le affermazioni sono di tipo "religioso" anche se di segno opposto.
ora, questo non vuol dire che l'atesimo sia una religione; con le religioni però condivide il fatto di essere un sistema di idee su un argomento spirituale, basate solo sulle proprie convinzioni e non su prove empiriche. in quanto tali hanno la stessa dignità intellettuale, possono essere condivise o non condivise, possono essere criticate - se ad esempio la loro applicazione pedissequa ha conseguenze immorali, o destabilizzanti - e anche prese in giro; ma in nome della dignità dell'essere umano, e del suo diritto a credere in qualcosa senza essere per questo discriminato o denigrato, i fedeli, cioè le persone, non dovrebbero essere insultati "solo" in virtù della loro fede.
Invece nell'atesimo spesso - o quantomeno nella mia esperienza personale - succede proprio questo. Dal momento che molti atei non accettano che l'ateismo sia messo sullo stesso piano delle religioni come "opinione", perchè ritengono che la non esistenza di dio sia ovvia, indiscutibile e scientificamente inoppugnabile, allora ne consegue che chi ha una visione del mondo religiosa nella migliore delle ipotesi è ignorante, se non addirittura scarsamente intelligente. l'individuo religioso è tale solo perchè NON ha un altro modo di spiegare la realtà, perchè ignora la fisica, l'astronomia, la genetica, e quindi ha bisogno delle religioni per dare senso al mondo. non stupisce quindi che gli atei affermino che quella religiosa è opinione "falsa" perchè inadatta a spiegare i fenomeni del mondo, sempre costretta ad "arretrare" di fronte alle nuove scoperte scientifiche, e quindi da relegare al passato.
Quando in alcune occasioni mi è stato chiesto di "dimostrare" un caso in cui la religione funzionasse meglio della scienza, non potevo rispondere, certo: perchè la domanda era mal posta. se ti chiedessi di dirmi un caso in cui la poesia sia utile all'uomo più dei soldi, che cosa mi risponderesti? se ti chiedessi di spiegare perchè l'omosessualità dovrebbe essere più conveniente dell'eterosessualità, che cosa mi risponderesti? è evidente che la domanda posta così non ha senso: infatti il significato della poesia non è misurabile in termini monetari, e l'amore non ha nulla a che vedere con la convenienza.
nella vita degli esseri umani ci sono molti problemi, diciamo molti "limiti": la fragiltà dei nostri corpi, la limitatezza della nostra intelligenza, l'incertezza del nostro senso etico (Clifford Geertz). per far fronte a questi problemi, per arginarli quando non risolverli, l'uomo ha inventato molti sistemi, molte tecniche: l'agricoltura per avere più cibo, l'architettura per avere un tetto sulla testa, ecc. in generale, quella che noi chiamiamo "tecnica" ci aiuta a supplire alle nostre necessità fisiche; quella che chiamiamo "cultura" ci viene in soccorso sulle questioni intellettuali, indicandoci la terminologia, i procedimenti e i corretti contenuti su cui ragionare. e la religione a cosa serve?
nella storia la religione spesso si è presentata in forme ibride: mescolata a concezioni tecniche, a processi sociali, a elaborazioni intellettuali. ma noi occidentali abbiamo deciso di isolarla, identificarla e separarla da tutto il resto - magia, medicina, filosofia, psicologia, cosmologia. abbiamo questo bisogno di categorizzare in modo rigoroso tutto ciò di cui si possa parlare, perchè ci aiuta a parlarne meglio, evitando fraintendimenti. questo è un bene: possiamo quindi parlare dell'aspetto religioso in se' delle credenze e dei sistemi culturali, separandolo da altri elementi. ma può anche, a volte, impedirci di cogliere certe sfumature.
mi spiego meglio. più di qualche volta penso di essere stato frainteso a proposito del significato della religione. io non dico che essa sia "uguale" alla scienza, nel senso che le sue affermazioni siano ugualmente vere o false. non si potrebbe conciliare in alcun modo con la maggior parte delle religioni del mondo, nelle cui mitologie abbondano elementi fantastici e certamente non-razionali. però sostengo che,come le altre costruzioni del pensiero, la religione abbia uno scopo e possa rispondere in modo efficace ad alcune esigenze umane, in modo SIMILE agli altri sistemi di idee tra cui anche la scienza, ma ciascuno nel suo ambito e con le sue regole. come dire, che il calcio e la pallanuoto non sono lo STESSO sport, però sono entrambi sport e hanno alcune cose in comune.
prendiamo ad esempio un classico caso di "conflitto" fra concezioni religiose e scienza, in cui la prima sembra soccombere davanti alla seconda: il rapporto fra i rituali taumaturgici e i medicinali.
la magia africana è in gran parte taumaturgia: ad esempio nei rituali vodou si mescolano taumaturgia, erboristica e rituali di reintegrazione sociale (come dire "terapie di gruppo" antelitteram), ma anche elementi più propriamente "religiosi" come la presenza degli spiriti e degli antenati; ma l'evento scatenante da cui parte l'azione rituale è sempre una situazione di crisi a cui si cerca un rimedio, molto spesso una malattia.
con l'introduzione delle medicine, com'era prevedibile, la gente ha imparato rapidamente che queste "funzionano" molto bene sui sintomi fisici, e ne hanno tenuto conto. infatti l'aspetto erboristico è venuto meno: la gente ormai SA che l'aspirina funziona meglio e più rapidamente delle erbe tradizionali. per questo costa di più. ma questo NON ha sancito la fine del vodou o dei rituali tradizionali, anzi il vodou si diffonde - insieme a tante altre concezioni religiose "new age"- anche nel tecnologizzato occidente. perchè? perchè la constatazione che le medicine funzionano non ha affossato il vodou?
secondo molti antropologi (penso a Evans-Pritchard, ma in senso lato anche Clifford Geertz, e altri) il senso del rituale di guarigione va oltre il superamento dei semplici sintomi della malattia. si può dire che una malattia non ponga solo un semplice problema fisiologico: pone anche problemi di ordine sociale, esistenziale e cosmologico. una delle questioni, naturalmente molto importante, è come si sia sviluppata la malattia e come combatterla. ma ci sono altre domande: perchè la malattia ha colpito un individuo e non un altro? perchè una persona innocente deve soffrire? perchè una certa famiglia deve soffrire? perchè al mondo esistono il dolore e la morte? perchè si dovrebbe lavorare e vivere in società sapendo che qualche imperscrutabile morbo da un momento all'altro può portarsi via i tuoi cari? a questo punto perchè non passare il tempo a ubriacarsi?
alla domanda sul "come", la medicina sa rispondere in modo adeguato. sa scoprire come nasce, come si diffonde e come si combatte la malattia, meglio di qualsiasi altro sistema. nessuno lo mette in dubbio, nemmeno gli individui più religiosi. pure il papa si fa curare da un medico, anzichè confidare nella Provvidenza.
ma questo non significa che la religione sia inutile.
infatti quello a cui la scienza non può rispondere è un altro ordine di domande: quelle sul "perchè". le cause del dolore e della morte, il significato di queste esperienze nella vita di una persona. e ancora: la dimensione sociale e collettiva del dolore e della perdita, e il modo di esorcizzare la paura dei cambiamenti (continuare a vivere dopo la malattia, sopravvivere al lutto, ecc): tutto questo è il campo della religione. la religione spiega il "perchè": certo, il virus è la "prima lancia", quella visibile, che si è abbattuta sulla persona. ma c'è una "seconda lancia", invisibile, che è la "vera" causa della malattia: una causa spirituale (noi magari diremmo psicologica e relazionale) che diviene esplicita solo dopo, quando la malattia ha già fatto il suo decorso, e ci si attrezza ad affrontare il "dopo". la malattia, la morte (e allo stesso modo tutte le altre disgrazie che possono capitare) diventano retroattivamente sensate, vengono "razionalizzate", se mi passi il termine, e possono essere accettate come aspetti inevitabili della vita, rendendo possibile superare i traumi senza cadere nell'apatia e nella rassegnazione.
guardiamo cosa succede invece quando queste spiegazioni vengono meno.
gli aborigeni australiani si trovano nella situazione poco invidiabile di aver visto completamente rasa al sulo la loro cultura, considerata "primitiva" e selvaggia. i coloni inglesi hanno, più o meno consapevolmente, sottratto loro le credenze e le tradizioni ancestrali, senza però riuscire a colmare questo vuoto con degli elementi culturali validi. gli aborigeni non sono mai diventati parte della società, non sentono la cultura e la religione dei bianchi come "loro", ma come qualcosa di imposto.
questo vuoto di senso ha degli effetti spaventosi. benchè godano di discrete cure mediche e di un'estesa rete di assistenza sociale, gli aborigeni sprofondano sempre di più nel degrado. si danno all'alcolismo e agli abusi sessuali in famiglia, come se per loro non esistesse pià nessuna regola, come se avessero perso la loro umanità. che cos'hanno perso invece? hanno perso quelle costruzioni culturali che davano un senso alla loro vita, che spiegavano il "perchè". perchè capitano le malattie, perchè gli uomini nascono e muoiono, perchè il mondo esiste e perchè il sole sorge. tutto ciò ai loro occhi non ha più alcun senso; le concezioni filosofiche e la cultura e i substrati religiosi che noi diamo per scontati per loro sono scomparsi insieme allo stile di vita in cui erano nati.
in compenso però sono stati sommersi da oggetti, farmaci, informazioni e programmi televisivi che dicono loro tutto sul "come": come guarire dalle malattie, come nascono i bambini, come si muore, come è nato l'universo e come funziona il Sistema Solare... ma senza un "perchè" tutte queste cose sono inutili, e infatti non salvano gli aborigeni dal degrado, la pornografia, l'alcolismo.
ora, io penso che ridurre il mondo alla sola razionalità scientificamente misurabile, negando la dignità alle questioni spirituali e alle credenze -per quanto irrazionali - che danno senso alla vita, sia esattamente come fare al mondo intero quello che i colonizzatori hanno fatto agli aborigeni: sommergerci di risposte al "come" ed estirpare ogni risposta sul "perchè"; e la storia ci dimostra che laddove l'uomo riesce a sopravvivere, come ha fatto per millenni, anche senza particolari tecnologie e senza particolari risposte sul "come" vivere e lavorare, al contrario tende a lasciarsi andare ed estinguersi nel languore laddove gli vengano sottratte delle risposte - magari illusorie, magari soggettive, ma funzionali - sul "perchè" vivere e lavorare.
per questo sostengo che le concezioni religiose abbiano una loro importanza e una loro dignità e che non è auspicabile un mondo totalmente svuotato di senso ma riempito solo di tecnologia; e per questo non sono d'accordo con gli atei che denigrano e disprezzano le religioni e chi in esse crede.