Il Paradigma Moderno.
Un nuovo paradigma si è imposto globalmente sul mondo, quello che io definisco “paradigma moderno”, e la mia tesi è che questo paradigma stia già elaborando nuove risposte agli interrogativi umani, in modo tale che prima o poi potrà perfino rendere obsolete le religioni tradizionali.
Per “paradigma” intendo un sistema di credenze diffuse e condivise dalla maggior parte delle persone in un determinato luogo e in un determinato momento storico, e che pretenda di rispondere a tutti i possibili interrogativi basandosi su un determinato presupposto metodologico che a sua volta si basa su alcune idee di base necessariamente a priori.
Va da sé che nel corso della storia sono esistiti molti diversi paradigmi, presso culture diverse e in epoche diverse. Ma a livello generale si nota che, pur nel rispetto delle enormi differenze, c’era una certa continuità fra i vari paradigmi condivisi dall’umanità dopo la rivoluzione neolitica e prima della rivoluzione industriale. La maggior parte delle persone ha vissuto in modo molto simile in tutto il mondo dall’età del ferro al 1400 Dopo Cristo, sia a Roma che a Baghdad che in Cina, con un livello di tecnologia e di igiene e di organizzazione “paragonabili”, pur nelle differenze locali. Un contadino cinese avrebbe saputo attingere l’acqua dal pozzo e accudire i maiali anche se per ipotesi si fosse dovuto trasferire nella Roma di Augusto, tanto per fare un esempio. Ma la rivoluzione industriale ha creato una frattura assolutamente macroscopica nei modi di vita di tutta la popolazione mondiale. Adesso la maggior parte degli esseri umani non sarebbe in grado di sopravvivere senza energia elettrica, mentre l’inurbazione e l’industrializzazione selvaggia dei paesi in via di sviluppo stanno rendendo sempre più globale questa affermazione. Presto gli esseri umani che potranno vantarsi di non aver mai avuto bisogno in tutta la vita di alcun prodotto industriale diventeranno una rarità – in realtà lo sono già. L’onnipresenza di certi tipi di prodotti culturali – dalle linee elettriche alle televisioni alle lattine di Coca Cola , unita alla ben nota esplosione di Internet e all’avvento della globalizzazione, hanno fatto sì che ormai su tutto il pianeta si sia affermato un nuovo paradigma, che per la prima volta è ampio abbastanza da raggiungere tutta l’umanità. Questo nuovo paradigma globale forse deve ancora aspettare una definizione corretta e completa, che renda giustizia alla sua complessità, ma per il momento vorrei utilizzare la modesta espressione di “paradigma moderno”, come nome collettivo di scienza, economia di mercato e modello di Stato e di persona umana: elaborazioni culturali diverse che si sono imposte, o si stanno imponendo, su tutto il pianeta.
Ma a cosa si contrappone esattamente il paradigma moderno? Esso si è contrapposto a molte realtà locali che già da tempo hanno cessato di esistere, e ha costretto tutti i paradigmi condivisi dall’umanità prima della nuova epoca a definirsi in funzione delle sue categorie, come un imperatore vittorioso che cambia i nomi alle città conquistate. Uno dei vecchi paradigmi però è stato capace di sopravvivere all’impatto e di rinnovarsi, dal momento che rispondeva a esigenze umane troppo viscerali perché fosse possibile rinunciarvi. Il “paradigma religioso” in effetti è al suo interno molto variegato, poiché contiene di fatto tutte quelle elaborazioni culturali umane che vanno sotto la definizione di “religione”. Proprio in virtù dell’avanzata del paradigma moderno però tutte le religioni sono state accomunate in un’unica definizione, perché per la prima volta si sentiva la necessità di distinguerle da esso. Antropologi e storici, soprattutto occidentali e cristiani, hanno quindi ideato molteplici e a volte inconciliabili definizioni della parola “religione”, cristallizzando una nebulosa di realtà diverse in un’unica affermazione. Già il semplice fatto che la parola “religione” sia stata tradotta in tutte le lingue del mondo, anche laddove non c’era in passato una netta distinzione del concetto, è una conferma di come il paradigma moderno abbia costretto gli altri paradigmi, volenti o nolenti, a definirsi in base alle sue categorie.
La più moderna e al momento insuperata definizione di religione probabilmente la da’ Clifford Geertz, quando afferma che la religione è un sistema di simboli atti a stabilire atteggiamenti e motivazioni forti e di lunga durata formulando concezioni di un ordine generale di esistenza e rivestendo queste concezioni con una tale aura di fattualità che essi appaiono enormemente realistici.
Il pregio di questa definizione ermeneutica della religione è esattamente il fatto che non definisce in realtà la religione, ma definisce il paradigma in generale. È infatti abbastanza facile rilevare che ogni singolo punto della definizione di religione di Geertz può essere estesa alla scienza, all’economia di mercato, alla concezione moderna di Stato, società ed essere umano che insieme formano il paradigma moderno.
Quindi ritengo che il paradigma moderno e quello religioso siano accomunati dal loro essere sistemi di simboli (le formule scientifiche, il denaro, le istituzioni non sono meno simboliche delle icone religiose) atti a stabilire atteggiamenti e motivazioni forti e di lunga durata (i comportamenti degli esseri umani sono influenzati tanto dalle credenze religiose che da quelle scientifiche, tanto dai calcoli economici che dalle leggi degli Stati) formulando concezioni di un ordine generale di esistenza (nel formulare le quali religione e scienza si suddividono gli ambiti) e rivestendo queste concezioni con una tale aura di fattualità che essi appaiono enormemente realistici (la pretesa di essere autentici interpreti della “realtà” accomuna scienziati, religiosi e analisti economici ).
Ma se il paradigma moderno e quella costellazione di elaborazioni culturali che va sotto il nome di “religione” o paradigma religioso sono ontologicamente simili, e si distinguono di fatto solo fenomenologicamente per i diversi presupposti metodologici e i diversi principi a priori su cui si basano, allora risulta chiaro che i due paradigmi siano destinati a sovrapporsi, poiché rispondono alle stesse esigenze in modi diversi. È quindi possibile far convivere ad esempio Stato e Chiesa, Scienza e Fede, Utile e Trascendenza?
Secondo Clifford Geertz, ciò che più spaventa gli esseri umani è il caos; in particolare questa caoticità accomuna i tre grandi limiti dell’uomo: il limite del corpo, rappresentato dalla morte e dal dolore; il limite della mente, rappresentato dall’ignoranza e dall’incapacità di capire il senso di ciò che senso non ha; e il limite etico, rappresentato dall’impossibilità di sapere sempre con certezza cosa sia “giusto” e cosa sia “sbagliato”.
Durante il XIX e XX secolo il paradigma moderno ha trovato un compromesso con quello religioso, tentando di stabilire ambiti precisi di libertà e di complementarietà. Il pluralismo religioso e l’accettazione ad interpretare in modo allegorico le Sacre Scritture hanno segnato, nei paesi “occidentali” cristiani, l’inizio della convivenza pacifica dei due paradigmi all’interno delle stesse società. Ma questa convivenza è fragile, e non è destinata a durare in eterno, perché entrambi i paradigmi tendono per natura a spiegare la totalità del reale, e prima o poi sono portati a scontrarsi con qualunque altro sistema che pretenda di fare lo stesso, come un impero che si sogna universale non può non scontrarsi con un altro impero che si sogna ugualmente universale.
Scienza e religione tendono a dare dei significati diversi e contrastanti alle stesse problematiche; ciascuno in fondo risponde alle stesse domande, che sono poi relative ai tre grandi limiti dell’uomo, quello fisico, quello mentale e quello etico. Le questioni etiche estremamente “calde” che sono al momento aperte (bio-etica, economia etica, ecc) a mio avviso ne sono una dimostrazione eloquente.
Come due imperi in lotta, i due paradigmi si sono suddivisi il territorio, tengono alcune zone in modo saldo ma si scontrano con esiti alterni in altri luoghi; vorrei ora analizzare uno per uno i diversi ambiti di significato per cercare di capire dove sia attestato il paradigma moderno e dove sia attestato quello religioso, e se vi siano territori contesi.
Il problema del dolore e della sofferenza è ancora abbastanza controverso, è il campo di una battaglia dall’esito ancora incerto. Se da un lato la scienza da’ una risposta abbastanza convincente dicendo che il dolore NON ha alcun senso e va evitato, e lo fa con l’uso di farmaci appositi e promuovendo in certi casi il ricorso all’eutanasia, dall’altro non può spiegare il perché, il motivo, il senso di una condizione che nonostante tutto non può ancora essere evitata. Inoltre il dibattito sull’eutanasia sottolinea il fatto che in questo campo di battaglia religione e scienza si stanno ancora contendendo la giornata. Ma lo sviluppo della scienza farmaceutica e della cultura della lotta contro il dolore inutile – lotta a cui si dedicano delle apposite associazioni anche in Italia – fa apparire sempre più disumane le posizioni religiose, in base alle quali, a quanto mi sembra, bisognerebbe lasciare soffrire le persone perché così piace a Dio.
La morte invece è uno di quei campi in cui sembra che la religione abbia il sopravvento sulla scienza; sembra che solo la religione possa dare un senso alla morte, laddove la scienza al momento può solo cercare di rimandarla, e poi tacere. Ma questa situazione non è immutabile, è solo il risultato di un precario equilibrio e dell’attuale evoluzione del pensiero umano. Ma cosa succederebbe se ad esempio la scienza riuscisse a rendere immortale un essere umano, o almeno riuscisse a far credere di poterlo fare? Anche se al momento sappiamo che ciò è impossibile, vi prego di notare che gli scienziati non possono dire che questa ipotesi sia qualcosa di “assolutamente inconcepibile”, che ripugna alla ragione umana e che non può essere presa in considerazione ne’ ora ne’ per il futuro, come l’idea che un giorno 2+2 possa essere uguale a 5. Si tratta solo di un risultato che al momento è fuori dalla portata della nostra tecnologia, ma è possibile e ipotizzabile che un giorno questa lacuna sia colmata. Già solo questa prospettiva futura rappresenta una sorta di risposta al problema dalla morte alternativa a quella religiosa e molto più allettante, perché nell’immaginario collettivo, almeno occidentale, è più facile credere che un giorno la scienza possa rendere immortali che credere - e crederci veramente, tanto da non temere la morte - nella vita eterna e nel Paradiso. Invece per quanto l’idea dell’immortalità umana al momento sia del tutto fantastica, e nessuno ha avanzato finora delle concrete ipotesi su come raggiungere un tale obiettivo, questa credenza non è così remota, almeno nell’immaginario, da impedire a migliaia di persone, negli Stati Uniti, di farsi “ibernare” per potersi risvegliare in un futuro remoto in cui la morte sia stata sconfitta, esattamente come gli antichi egiziani si facevano mummificare. Che la vita eterna esista veramente – in un futuro fantascientifico o in un altro mondo, comunque in un “altrove” – naturalmente noi non lo possiamo sapere, ma questo non ha alcuna importanza finché ci si crede.
Nell’ambito dei limiti della ragione umana, direi che la scienza domina il campo incontrastata. La fede nel progresso della conoscenza e il dogma che non esista nulla nell’universo che l’uomo non possa arrivare a comprendere, come non c’è alcuna massa che non si possa spostare avendo la giusta leva, unito alla mole incredibilmente vasta di scoperte e conoscenze che la scienza ha elargito all’uomo, lasciano poco spazio alle spiegazioni religiose basate sulle Scritture. L’ignoranza viene dissipata un po’ alla volta, il perché dei fenomeni viene messo alla luce al di la’ di ogni possibile dubbio. Non importa qui stabilire se questo quadro entusiasmante rispecchi davvero la realtà, ne’ ha senso domandarsi se si possa davvero sapere come sia nato l’universo. È evidente però che chiunque abbia la possibilità di studiare la scienza finisce per considerarla più attendibile delle corrispondenti teorie religiose, e questa predominanza intellettuale è in sé un’eloquente dimostrazione di come in questo ambito la scienza abbia definitivamente trionfato sulla religione.
Per quanto riguarda l’ambito etico, sembra invece che al momento la religione tenga il campo con una certa tenacia. Addirittura non è infrequente sentir dire, senza che si sollevino obiezioni indignate, che non può esistere alcuna moralità al di fuori della religione – attribuendo ipso facto e in modo automatico l’appellativo di perverso e immorale a chiunque si professi ateo o agnostico.
Pare quindi che la religione domini il campo etico, soprattutto fintanto che si rimane nell’ambito della rappresentazione mediatica del mondo e dell’immaginario collettivo. Nella realtà dei fatti però le cose funzionano in modo diverso. Facciamo solo qualche esempio.
Per quanto la chiesa cattolica si scagli contro l’uso degli anticoncezionali, e tutte le religioni del mondo condannino la sessualità “sregolata” al di fuori di rapporti istituzionalizzati, questi appelli rimangono in gran parte inascoltati dalla maggior parte delle persone di qualsiasi fede in tutto il mondo. Per contro, la sensibilizzazione anti-aids ha convinto con molta meno fatica milioni di persone ad adottare misure di prevenzione appropriate, non in nome della salute dell’anima ma della salute del corpo, anche in palese disobbedienza alle prescrizioni religiose.
Da sempre, inoltre, le religioni si sono pronunciate contro l’uso di alcuni cibi e bevande e sostanze definendole immorali o proibite, ma dall’avvento della modernità il rispetto di queste prescrizioni è venuto progressivamente meno in tutto l’“occidente”; però in tempi recenti notiamo come la campagna anti-tumore abbia ottenuto dei grandi risultati contro l’uso di tabacco, non perché il piacere di una sigaretta dopo una giornata di lavoro sia un peccato, ma solo perché fa male ai polmoni. Lo stesso può valere per l’alcol, le droghe e l’eccesso di cibo.
In molte religioni si condanna lo sfruttamento degli esseri umani e si prescrive il rispetto per i propri fratelli e la solidarietà per i più sfortunati: dai monoteismi alle religioni asiatiche, anche se in modi diversi e con sensibilità diverse. Ma è solo in epoca moderna che sono nati movimenti politico-sociali per la difesa della dignità umana, dei diritti dei lavoratori, e in tempi più recenti per la salvaguardia dell’ambiente e la difesa dei popoli sfruttati. In modo sorprendente, forse, per chi considera l’era moderna un’epoca di immoralità, questi movimenti hanno avuto le energie per mobilitare grandi masse di persone contro determinate situazioni di ingiustizia e questo non nel nome di un pauperismo generico, ne’ di prospettive escatologiche o soteriche; ma semplicemente in virtù del fatto che delle persone vedevano lesi i propri diritti umani.
Il paradigma moderno (qui parlare solo di scienza sarebbe riduttivo) in questo campo sta iniziando lentamente a contrapporsi a quello religioso, preparandosi a sfidarlo sulla sua più tenace roccaforte, quella etica; e lo fa presentando all’immaginario collettivo una visione etica alternativa, non ancora riconosciuta come tale ma già di grande successo: quella secondo la quale è sbagliato non ciò che è male ma ciò che fa male. Ciò che fa male al corpo, alla psiche e alla dignità del singolo e di chi gli sta intorno, ciò che fa male all’ambiente e quindi alle persone che traggono sostentamento da esso, ciò che inquina l’aria e le acque e che quindi avvelena le persone, ciò che distrugge l’ecosistema e quindi renderà impossibile la vita sul nostro pianeta in futuro. Stranamente, molti dei comportamenti che vengono in varia misura sanzionati sono sempre gli stessi, anche se per motivi diversi, come ad esempio l’abuso di alcol, proibito nell’Islam perchè haram e oggi fortemente sconsigliato dai medici perché insalubre. Alimenti, bevande, sessualità sregolata, sostanze, droghe, radiazioni: tutto ciò che danneggia la salute umana, l’ambiente e l’ecosistema viene combattuto e condannato con molto più successo di ciò che viene considerato sbagliato solo perché è immorale. Non solo: anche l’etica economica, che si contrappone al neoliberismo più sfrenato per difendere i diritti degli esseri umani, fa parte del paradigma moderno e non di quello religioso, perché i linguaggi e i metri di valutazione che utilizza sono sempre tratti dall’ambito scientifico (la difesa della salute), economico (la lotta alla miseria) e politico (la libertà, la dignità degli esseri umani). Ciò non vuol dire naturalmente che tutti gli scienziati e tutti i capi di stato e tutti gli operatori finanziari siano automaticamente dei sostenitori dell’economia etica, ma parlano comunque lo stesso linguaggio e usano gli stessi metri di giudizio, quindi al di la’ delle concezioni personali sono discorsi che avvengono tutti nell’ambito dello stesso paradigma. Anche i missionari e i religiosi che partecipano a vario titolo ai movimenti di economia etica hanno imparato quello stesso linguaggio, e interiorizzato, a volte sacralizzato, dei valori fondamentalmente laici, quelli enunciati nella Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo, che certo non è stata redatta da un’assemblea di sacerdoti.
Un altro esempio. Fino a cinquanta, cento anni fa, lo stupro, l’adulterio e la prostituzione non erano considerati molto diversi fra loro. Si trattava sempre di “atti impuri”, osceni in quanto sessuali, e non immorali in quanto lesivi della dignità e dell’integrità delle donne. Anzi, nella maggior parte dei casi la colpa ricadeva comunque sulla donna “tentatrice”. Basti ricordare che in Italia lo stupro era considerato reato contro il pudore e non contro la persona! È solo con l’avvento del paradigma moderno basato sul concetto di dignità umana e di uguaglianza di diritti per uomini e donne, adulti e bambini, che si è sviluppata la nuova etica per cui non è l’atto sessuale in sé ad essere immorale, ma il suo essere imposto con la forza o con il ricatto, e perciò la donna – stuprata, messa incinta fuori dal matrimonio, sfruttata - non va punita ma difesa. Molte religioni hanno avuto la lungimiranza di adattarsi a questa nuova etica – e adesso pretendono di esserne state le ispiratrici – mentre altre continuano ad avversarla; ma a quanto pare essa si sta diffondendo ormai ovunque, e auspicabilmente si imporrà, prima o poi, in modo definitivo.
Ho presentato solo alcuni esempi di questo conflitto fra paradigmi etici – molto più realistico del cosiddetto conflitto di civiltà - che attraversa in modo trasversale tutte le culture del pianeta, sia quelle cosiddette “occidentali” che le altre. Alcuni potrebbero ritenere che l’etica “moderna” sia meno profonda e meno solida di quella religiosa perché non si basa sull’idea di una giustizia trascendente e non paventa punizioni oltremondane per i trasgressori, ma a mio avviso questa nuova etica non ha meno valore ne’ meno dignità di quella tradizionale, ed è comunque l’unica veramente praticabile al giorno d’oggi. Il disagio che si prova davanti alla cosiddetta “crisi dell’etica” nasce dalla consapevolezza che l’etica sta cambiando, e che il paradigma moderno si sta appropriando anche dell’ultima roccaforte della religione.
All’obiezione che si può muovere a questa tesi, e cioè che al giorno d’oggi sembra che invece la religione stia rinascendo ovunque, e che le religioni appaiono oggi più forti di quanto non fossero venti anni fa, io rispondo semplicemente che come tutti i processi di lunga durata, anche la crescita del paradigma moderno è soggetto a periodi di stasi e a rallentamenti; a mio avviso l’apparente ritorno alla certezza delle religioni è una risposta più superficiale che sostanziale, dovuta alla paura delle modernità e ai suoi rischi; in effetti certi eccessi dello sviluppo scientifico sono in grado di mettere in discussione la sopravvivenza del genere umano, o di mettere in crisi le sue certezze sulla definizione stessa di “essere umano”, generando paura e spingendo molte persone a cercare rifugio da una realtà troppo complessa in schemi che la semplificano, e la religione si presta allo scopo. Non a caso molti dei nuovi fanatici religiosi. sia in Occidente che in Oriente – compresi alcuni di quelli che si dichiarano “atei-cristiani” - si ricordano della religione giusto il tempo di discriminare qualcuno e di giustificare qualche violenza, per poi dimenticarsene totalmente in qualsiasi altra situazione. Tutti i fanatismi religiosi sono figli di questa paura della modernità; ma al tempo stesso dimostrano come il paradigma moderno abbia già vinto. Abbiamo notato tutti come sia la Chiesa Cattolica che Al Qaeda abbiano imparato ad usare i mezzi di comunicazione di massa per i propri scopi – un’arma del nemico, figlia dell’evoluzione scientifica moderna. Ma anche quando si contrappongono al paradigma moderno in realtà ne fanno parte, sono costretti a usare i suoi linguaggi e ad adattarsi ai suoi simboli; in pratica ne sono già stati fagocitati. Allo stesso tempo, all’interno dello stesso paradigma moderno si sono sviluppate le forze che possono dare una risposta concreta ai pericoli dello sviluppo, e si è sviluppata la nuova etica moderna.
La civiltà umana – perché ne esiste una sola, che comprende TUTTE le culture del mondo - è cambiata ormai in modo irreversibile, e non potrà più tornare indietro, così come nella sua storia non è mai tornata indietro dalla scoperta del fuoco e dall’uso dei metalli.
Siamo già in una nuova epoca della storia umana, e ci siamo dentro ormai da alcuni secoli; e tutti se ne sono accorti – anche chi non ne è contento. Forse le religioni si adatteranno alla modernità e riusciranno ad integrarsi in essa; forse invece ne saranno distrutte; forse prima o poi nasceranno nuove forme di religione compatibili con la modernità. Nessuno può saperlo .Quel che è certo è che non si potrà più tornare all’ancient regime, siamo ben oltre qualsiasi possibilità di restaurazione; perciò tanto vale cercare di guardare avanti.
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