martedì 12 febbraio 2008

“Wombs and alien spirits”, Janice Boddy, 1989. Zar, Sudan, Infibulazione

Women, men and the Zar cult in Northern Sudan.
Questo interessante contributo di un’antropologa canadese che ha passato molto tempo sul campo, in Sudan, si concentra sui rapporti di genere nella società di villaggio sudanese e sul culto degli Zayran.
Gli Zayran sono spiriti – la cui esistenza è accettata anche nell’Islam – e il loro culto implica il fenomeno della possessione; ma è anche un fenomeno unicamente femminile, portato avanti dalle donne e ignorato dagli uomini, che non possono parteciparvi.
La tesi di fondo dell’autrice è che nella cultura si riflettano i rapporti di forza di una società; la dualità maschi-femmine riflette quella Islam - culto Zar, e su questa distinzione di livelli si basa l’intera struttura sociale del villaggio.
Nel contesto egemonico maschile quindi vengono a ricadere, oltre alla religione Islamica (quella “nuova”, venuta dall’esterno, con la scrittura e le forme culturali che noi definiamo più “moderne”); esercitano l’autorità, e possono quindi parlare in modo “forte”, autorevole, della sfera “reale”, ma non nella sfera degli spiriti; sono in grado di muoversi dentro e fuori dal villaggio, esplorando lo spazio esterno e portando con sé le “contaminazioni” culturali (dall’Islam appunto fino alla televisione, in tempi recenti).
Nel contesto egemonico (o contro-egemonico) femminile, invece, ricade il culto Zar, la tradizione più antica, la memoria, la conservazione dell’identità; le donne però devono parlare sempre in modo “indiretto”, debole, essendo sottomesse all’autorità maschile; ma nell’ambito degli spiriti avviene l’inverso. Il loro ambito di movimento è il “dentro”, la casa, il villaggio, un mondo chiuso, immutabile e restio ai cambiamenti.
Secondo l’autrice comunque è errato porre l’accento unicamente sul problema della sottomissione della donna, perché agire così significa ignorare la complementarietà dei due mondi, i due piani paralleli che sono il villaggio degli uomini e il villaggio delle donne. Anche la segregazione delle donne viene interpretata in modo diverso: esse sono custodite perché sono preziose. Ognuno dei due mondi ha la sua prospettiva; noi erroneamente tendiamo a vedere le donne solo all’interno della prospettiva maschile, e gli uomini all’interno sempre della prospettiva maschile.
Con la modernità però la scissione fra i due mondi si è fatta più netta; gli uomini, che lavorano stagionalmente in contesti industrializzati e allo stesso tempo più rigidamente islamici, entrano in contrasto con la tradizione di villaggio custodita dalle donne. I punti di attrito fra modernità e tradizione sono tre: la circoncisione faraonica, i vincoli matrimoniali e i modelli televisivi di famiglia e rapporti interpersonali.
Sempre tre sono i punti principali su cui si basa l’identità culturale del villaggio: la circoncisione, per l’appunto, il matrimonio endogamico e i vincoli e segregazioni sessuali.
Ciò che rappresenta la maggior alterità, per noi, e uno dei punti più controversi dell’intera cultura sudanese, è proprio la circoncisione faraonica. Essa ha origini remotissime; nonostante tutte le pressioni internazionali e tutti i problemi d’immagine essa viene difesa con tenacia dalle donne, che la preferiscono alle pratiche meno intrusive, e la considerano un’irrinunciabile rito di passaggio.
Chiamano il rito “purificazione” e vi associano i concetti di pulizia, purezza e armonia. Rinunciarvi, per loro, significherebbe quindi precipitare nella sporcizia, nell’impurità e nel caos. Infatti all’idea di “femmina” associano sempre una forza animale irrefrenabile, la lussuria, l’emotività e il desiderio sfrenato, mentre all’idea di “maschio” associano la ragione, la razionalità, il controllo delle emozioni. La circoncisione viene vista in modo diverso dagli uomini e dalle donne. Per i primi è un modo di imbrigliare l’energia della donna; per le donne è un modo di potenziare questa energia e trasformarla in status sociale. È il riconoscimento della loro indispensabile funzione generatrice, che le rende più preziose degli uomini, una risorsa da difendere e proteggere. Una battuta delle donne recita “noi siamo bestiame”. Contro l’apparenza, questa frase è vista dalle donne non come un’umiliazione, ma come una rivendicazione di importanza e di valore, in una società in cui il bestiame è la principale fonte di ricchezza e prosperità; potrebbe essere tradotta forse meglio con “noi siamo ricchezza”.
Una parte importante dell’esposizione riguardava il culto specifico degli Zayran, che presenta i caratteri tipici dei rituali di possessione spiritica; la possessione è vista come una malattia incurabile, che però può essere gestita. Solitamente si associa ad una vita familiare e sociale più difficile; la possessione aiuta le donne che la sperimentano ad esprimere il loro disagio, e il rito, che vede riunirsi tutte le donne del villaggio e dei villaggi vicini, non può non rafforzare i legami fra le donne coinvolte. Ha quindi un utilità sociale e psicologica molto marcata; si configura allo stesso tempo come un sistema di simboli e come un linguaggio condiviso, che l’autrice si sforza di interpretare come può.

Una volta terminata la lettura del libro, direi che le domande rimangano le solite: abbiamo il diritto di giudicare culture altre e usare i nostri parametri su di loro? Se si, su cosa basiamo il nostro giudizio?

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