Questo interessante contributo di un’antropologa canadese che ha passato molto tempo sul campo, in Sudan, si concentra sui rapporti di genere nella società di villaggio sudanese e sul culto degli Zayran.
Gli Zayran sono spiriti – la cui esistenza è accettata anche nell’Islam – e il loro culto implica il fenomeno della possessione; ma è anche un fenomeno unicamente femminile, portato avanti dalle donne e ignorato dagli uomini, che non possono parteciparvi.
La tesi di fondo dell’autrice è che nella cultura si riflettano i rapporti di forza di una società; la dualità maschi-femmine riflette quella Islam - culto Zar, e su questa distinzione di livelli si basa l’intera struttura sociale del villaggio.
Nel contesto egemonico maschile quindi vengono a ricadere, oltre alla religione Islamica (quella “nuova”, venuta dall’esterno, con la scrittura e le forme culturali che noi definiamo più “moderne”); esercitano l’autorità, e possono quindi parlare in modo “forte”, autorevole, della sfera “reale”, ma non nella sfera degli spiriti; sono in grado di muoversi dentro e fuori dal villaggio, esplorando lo spazio esterno e portando con sé le “contaminazioni” culturali (dall’Islam appunto fino alla televisione, in tempi recenti).
Nel contesto egemonico (o contro-egemonico) femminile, invece, ricade il culto Zar, la tradizione più antica, la memoria, la conservazione dell’identità; le donne però devono parlare sempre in modo “indiretto”, debole, essendo sottomesse all’autorità maschile; ma nell’ambito degli spiriti avviene l’inverso. Il loro ambito di movimento è il “dentro”, la casa, il villaggio, un mondo chiuso, immutabile e restio ai cambiamenti.
Secondo l’autrice comunque è errato porre l’accento unicamente sul problema della sottomissione della donna, perché agire così significa ignorare la complementarietà dei due mondi, i due piani paralleli che sono il villaggio degli uomini e il villaggio delle donne. Anche la segregazione delle donne viene interpretata in modo diverso: esse sono custodite perché sono preziose. Ognuno dei due mondi ha la sua prospettiva; noi erroneamente tendiamo a vedere le donne solo all’interno della prospettiva maschile, e gli uomini all’interno sempre della prospettiva maschile.
Con la modernità però la scissione fra i due mondi si è fatta più netta; gli uomini, che lavorano stagionalmente in contesti industrializzati e allo stesso tempo più rigidamente islamici, entrano in contrasto con la tradizione di villaggio custodita dalle donne. I punti di attrito fra modernità e tradizione sono tre: la circoncisione faraonica, i vincoli matrimoniali e i modelli televisivi di famiglia e rapporti interpersonali.
Sempre tre sono i punti principali su cui si basa l’identità culturale del villaggio: la circoncisione, per l’appunto, il matrimonio endogamico e i vincoli e segregazioni sessuali.
Ciò che rappresenta la maggior alterità, per noi, e uno dei punti più controversi dell’intera cultura sudanese, è proprio la circoncisione faraonica. Essa ha origini remotissime; nonostante tutte le pressioni internazionali e tutti i problemi d’immagine essa viene difesa con tenacia dalle donne, che la preferiscono alle pratiche meno intrusive, e la considerano un’irrinunciabile rito di passaggio.
Chiamano il rito “purificazione” e vi associano i concetti di pulizia, purezza e armonia. Rinunciarvi, per loro, significherebbe quindi precipitare nella sporcizia, nell’impurità e nel caos. Infatti all’idea di “femmina” associano sempre una forza animale irrefrenabile, la lussuria, l’emotività e il desiderio sfrenato, mentre all’idea di “maschio” associano la ragione, la razionalità, il controllo delle emozioni. La circoncisione viene vista in modo diverso dagli uomini e dalle donne. Per i primi è un modo di imbrigliare l’energia della donna; per le donne è un modo di potenziare questa energia e trasformarla in status sociale. È il riconoscimento della loro indispensabile funzione generatrice, che le rende più preziose degli uomini, una risorsa da difendere e proteggere. Una battuta delle donne recita “noi siamo bestiame”. Contro l’apparenza, questa frase è vista dalle donne non come un’umiliazione, ma come una rivendicazione di importanza e di valore, in una società in cui il bestiame è la principale fonte di ricchezza e prosperità; potrebbe essere tradotta forse meglio con “noi siamo ricchezza”.
Una parte importante dell’esposizione riguardava il culto specifico degli Zayran, che presenta i caratteri tipici dei rituali di possessione spiritica; la possessione è vista come una malattia incurabile, che però può essere gestita. Solitamente si associa ad una vita familiare e sociale più difficile; la possessione aiuta le donne che la sperimentano ad esprimere il loro disagio, e il rito, che vede riunirsi tutte le donne del villaggio e dei villaggi vicini, non può non rafforzare i legami fra le donne coinvolte. Ha quindi un utilità sociale e psicologica molto marcata; si configura allo stesso tempo come un sistema di simboli e come un linguaggio condiviso, che l’autrice si sforza di interpretare come può.
Una volta terminata la lettura del libro, direi che le domande rimangano le solite: abbiamo il diritto di giudicare culture altre e usare i nostri parametri su di loro? Se si, su cosa basiamo il nostro giudizio?
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