martedì 12 febbraio 2008
Vodou. Recensione del libro Mama Lola
Mama Lola, a Vodou priestess in New York, di Karen Mc Carty Brown.
Sommario del libro.
Si tratta di un libro particolare, diverso dalle tradizionali monografie etnografiche a cui siamo abituati. Il modo di Karen di affrontare il problema del “punto di vista” e dell’“obbiettività” è particolare e di sicuro si presta sia a critiche che ad apprezzamenti, ma io l’ho trovato assolutamente positivo; il suo approccio può essere definito “bridgebuilding”, vedremo più avanti perché.
L’autrice affronta lo studio del Vodou haitiano nella città di New York. Per farlo racconta la vita e il percorso spirituale di una singola sacerdotessa – manbo – di origine haitiana residente a New York di nome Alourdes e chiamata “Mama Lola” dai bambini della famiglia. L’autrice ha mostrato nel dettaglio la vita e l’attività di questa donna, incentrandosi su di lei e sulla sua famiglia; questo incontro ravvicinato sfata molti pregiudizi occidentali sul Vodou e sugli haitiani, ma naturalmente non ha carattere statistico: non ci dice molto sul Vodou in generale, ma solo sulla particolare versione praticata oggi dal gruppo di Alourdes.
L’autrice ha raccolto le informazioni semplicemente entrando a far parte in prima persona del gruppo, e vivendo a stretto contatto con loro per circa quindici anni. Ad un certo punto Karen si è persino fatta iniziare al Vodou. Il suo punto di vista è quindi un’immersione totale nella comunità haitiana e un legame strettissimo con Alourdes, ma la sua differente educazione e origine le hanno dato al contempo una prospettiva sempre estraniata, una prospettiva più distaccata di quella degli haitiani, che le permetteva comunque di cogliere gli elementi in modo diverso e di renderli comprensibili ad un pubblico occidentale.
In diversi passi emerge comunque l’ impossibilità di mantenere il “distacco scientifico” durante questo tipo di lavoro: una prospettiva esterna e distaccata non le avrebbe permesso di capire a fondo le motivazioni e gli atteggiamenti dei membri del gruppo. Per riuscire a capire in profondità è necessario essere coinvolti in prima persona; non è quindi strano che l’autrice ritenga che la sua iniziazione al Vodou sia stata il coronamento della sua esperienza etnografica.
L’autrice si rifà alla tradizione dell’antropologia interpretativa (p.14); qui cita esplicitamente Clifford Geertz, in altri passi lo cita implicitamente, come quando dice che l’altare Vodou è un “testo da interpretare”. Il punto di vista ermeneutico è sempre presente nella sua opera, che a mio avviso costituisce un ottimo esempio di ermeneutica applicata.
Ma è anche interessante notare che Karen definisce il suo libro come una “ethnographic spiritual biography”, che è al tempo stesso una raccolta di racconti romanzati su Alourdes e la sua famiglia, una biografia che racconta il percorso umano e spirituale di Alourdes, e anche un’autobigrafia che testimonia il percorso dell’autrice stessa che nel giro di quindici anni riesce ad entrare in un mondo completamente diverso da quello in cui era nata e cresciuta e ad interiorizzare profondamente i principi del Vodou.
Analisi critica del libro.
Il testo è organizzato in modo abbastanza peculiare. Infatti i capitoli dispari contengono dei racconti romanzati e fiabeschi sulla storia della famiglia di Alourdes vista attraverso le vicende di vari suoi antenati, tutti accomunati dalla vocazione a “servire gli spiriti”. Qui la voce narrante è esterna, come in un romanzo; e chiaramente insieme ad elementi “realistici” tratti fedelmente dai racconti orali della famiglia, sono presenti elementi inventati e romanzati. Nei capitoli pari invece si analizza uno dei dodici principali spiriti che costituiscono la “famiglia” di Alourdes, mettendo insieme le descrizioni dei rituali, eventi della vita di Alourdes e della sua famiglia a New York, e aneddoti riguardanti l’autrice stessa nel suo rapportarsi con il gruppo. Qui l’autrice parla in prima persona, e non disdegna di lasciar trapelare informazioni su di sé, sui propri stai d’animo e sul proprio percorso personale di avvicinamento al Vodou. Non viene mai finto uno scientifico distacco.
Da un punto di vista cronologico si salta rapidamente da un epoca all’altra, e questa apparente illogicità è spiegata dall’autrice con una scelta precisa. Dal momento che le storie del passato vengono tramandate oralmente e ripetute come aneddoti separati in diverse occasioni senza alcuna consequenzialità cronologica, ma in base alle esigenze del momenti, Karen ha ritenuto che stravolgere questa impostazione naturale per imbrigliare la storia nei vincoli cronologici a cui siamo abituati noi sarebbe stato scorretto. Questa impostazione alternata e non cronologica del libro rende forse difficile seguire anno per anno le vicende della famiglia, ma in fin dei conti la cosa non rivestirebbe particolare interesse. Quello che ci interessa in realtà è capire qualcosa di più sul Vodou, sulla comunità haitiana, e conoscere Alourdes; e questo obiettivo viene raggiunto con grande successo e attraverso una lettura per di più piacevole e interessante.
È ovvio ipotizzare che l’autrice abbia impostato fin dall’inizio il suo lavoro pensando ad un prodotto finale che potesse essere apprezzato soprattutto dal grande pubblico occidentale. Non mancano le informazioni etnografiche precise e dettagliate che possano interessare un antropologo, ma sono per così dire diluite e nascoste da un fiume narrativo pensato per piacere alla gente che affolla i bookstore dei grandi magazzini di New York. Un pubblico di persone abbastanza colte e di mentalità aperta, curiose e pronte a superare la paura del “diverso”. Ho l’impressione che in Texas il libro sarebbe finito al rogo senza che nessuno lo leggesse, ma a New York e poi negli ambienti più tolleranti degli Usa ha avuto un enorme successo.
Anche gli haitiani alla fine, benché in pochi abbiano letto il libro, sono stati coinvolti nel suo successo. Alourdes ha partecipato a conferenze stampa e presentazioni pubbliche, ed è diventata la portavoce dell’“orgoglio haitiano” negli Stati Uniti. I seguaci del Vodou sono stati incoraggiati a venire allo scoperto, a non nascondere più la propria fede. Ha contribuito a questo risultato di sicuro anche il grande rispetto e l’affetto che l’autrice ha dimostrato nei confronti dei suoi amici haitiani nella stesura del libro. Ognuno veniva sempre chiamato per nome – anche se alcuni, per paura di essere perseguitati, hanno poi chiesto di essere presentati con nomi falsi – e vengono descritti non certo come “strani selvaggi” ma come esseri umani, con grande sensibilità e rispetto. In molte occasioni sono state inserite le loro voci dirette, trascritte fedelmente le loro parole.
Vediamo adesso un po’ più specificatamente che cosa emerge dalla lettura del libro. In primo luogo viene spontaneo domandarsi, ovviamente, che cosa sia il Vodou. Secondo la definizione data dalla stessa Alourdes, è “Serving the spirits”. E cosa sono gli spiriti (lwa in africano)? Sono delle entità soprannaturali dotate di una personalità e di un carattere simili a quelli umani, capaci di intervenire nella realtà e di comunicare con gli esseri umani, ma anche bisognosi di cure, di cibo e desiderosi di affetto. A quanto emerge dalla trattazione del libro, che si incentra attorno ai dodici principali spiriti che fanno parte della “famiglia” di Alourdes, ogni spirito è addetto ad un settore diverso della vita umana, dall’agricoltura alla sessualità alla morte. Ogni spirito, nel Vodou haitiano, corrisponde a un Santo della tradizione Cattolica e allo stesso tempo ad una divinità africana, ma può esser identificato anche con le antiche divinità pagane o con qualsiasi altra entità sovrannaturale venerata dai popoli con cui i seguaci del Vodou vengono in contatto. Ogni spirito è multiforme, ha molti nomi, molte immagini, molti volti, e pur rimanendo “uno”, può presentarsi sotto forme diverse e con caratteri diversi anche solo da un sacerdote Vodou ad un altro che abita nello stesso quartiere di Brooklin. Lo spirito Vodou è un’entità altamente sincretistica, pronto ad assimilare qualsiasi elemento con cui sia in sintonia nella sua essenza, tratto da altre entità elaborate da altri popoli e altre religioni. Chi serve gli spiriti non condanna mai gli altri di “eresia” ne’ di seguire “falsi dei”. Al contrario, è sempre pronto a trovare le somiglianze, le possibili identità, e a creare nuovi moduli interpretativi per il mutare delle circostanze. Il libro analizza poi in modo dettagliato il modo in cui concretamente vengono serviti gli spiriti: i rituali. Ci sono i rituali istituzionalizzati, che si ripetono a scadenze fisse e normalmente coinvolgono l’intera comunità, come i compleanni degli spiriti; e ci sono i rituali di guarigione, effettuati per una singola persona in risposta a una determinata esigenza. È in questo senso che il Vodou è in primo luogo una pratica di guarigione, atta a “curare” i problemi, siano essi fisici, psicologici, sociali od economici.
Molti rituali prevedono il fenomeno della possessione, che Karen ha visto in opera molte volte. Non solo Alourdes, la sacerdotessa, può cadere in possessione; questo può capitare a chiunque. La persona posseduta - il “cavallo” dello spirito – parla e si comporta come fosse lo spirito in questione; può anche insultare e rimproverare sé stessa e i propri cari, se ritiene di aver fatto qualcosa di male. Lo spirito in genere sa tutto ciò che è noto al suo cavallo, e molte volte interviene per dirimere questioni relazionali con un’autorità che il suo cavallo non avrebbe potuto vantare da solo. Da un punto di vista occidentale, possiamo interpretarlo come un caso di dissociazione controllata, volontariamente provocata e culturalmente definita (si tratta di una mia definizione).
È interessante in questo senso l’episodio del Centro di permanenza di New York in cui i giovani immigrati clandestini haitiani, isolati dalle famiglie e dai loro sacerdoti e abbandonati in uno stato di grave afflizione, reagivano cadendo frequentemente e spontaneamente in possessione, spaventando le guardie che li ritenevano epilettici o indemoniati. Quando al posto di somministrare farmaci e tentare esorcismi il governo permise ad Alourdes e ad altri sacerdoti Vodou di visitare i ragazzi, la situazione si normalizzò rapidamente. Questo mi porta ad introdurre il problema del rapporto fra Vodou e Cristianesimo. Il Vodou, elaborato dagli schiavi africani ad Haiti, mescola in modo inestricabile elementi cristiani e occidentali con le tradizioni pagane africane. Si noti che ad Haiti tutti si dichiarano cristiani, cattolici o protestanti, ma allo stesso tempo tutti “servono gli spiriti”. Loro non ci vedono alcuna contraddizione, neanche quando, a messa, il prete tuona contro i seguaci degli spiriti “infernali” predicendo per loro l’ira di Dio e l’Inferno. Alourdes reagisce, significativamente, dicendo che “è così che parlano i preti”; ciononostante la messa rimane valida, perché non importano le “chiacchiere”, dottrinali, teologiche, ideologiche; conta solo il rito.
È in questo modo che il Vodou non si è lasciato assimilare nel corso dei secoli, attraverso la schiavitù, la brutale sottomissione creola, e dopo la rivoluzione, la miseria e la colonizzazione economica statunitense e infine la diaspora. Il seguace del Vodou è abile ad adattarsi a qualsiasi contesto, dando prova di grande flessibilità. Ad esempio, nel Vodou è frequente che si chieda alla persona che deve essere guarita o iniziata che dimostri la sua umiltà e buona volontà mendicando fino a ottenere una certa cifra da destinare al rito per gli spiriti. Ad Haiti la cosa è risaputa, perciò nessuno si stupisce di vedere qualcuno che conosce che mendica per strada. Ma a New York non è così; il soggetto non potrebbe mettersi a mendicare per strada, correndo il rischio di essere arrestato o peggio di incontrare qualcuno che conosce. Quindi a New York “mendicare” significa chiedere soldi in prestito agli amici, il che ottiene lo stesso effetto (l’umiliazione e la somma necessaria), ma in modo coerente alle regole della società.
Alourdes, sincretisticamente, ritiene che esista un solo Dio e una sola comunità di Spiriti, che i vari popoli chiamano e venerano in modi diversi. Significativamente, quando Karen Brown si è avvicinata al mondo del Vodou, Alourdes non le ha chiesto di rinnegare la sua fede e di giurare fedeltà a un nuovo Dio; non le ha fatto pronunciare alcuna professione di fede. Alourdes le ha detto semplicemente: “Provalo, e vedi se funziona per te”.
Altrettanto interessante è ciò che emerge dalla lettura riguardo alla visione del mondo Vodou.
Ogni individuo, ogni essere umano, riceve la propria identità, la propria solidità e sicurezza, in un mondo precario, da una rete di relazioni con e fra altri esseri umani e con gli spiriti e gli antenati.
Il mondo è un luogo precario e irto di pericoli di ogni tipo, contro i quali i singoli non possono fare assolutamente niente. La “sfortuna” può colpire tutti, senza che la cultura, la ricchezza o l’intelligenza del singolo possano contrastarla. Neanche la religione mette al riparo dalla sfortuna, perché Dio ha “troppe cose a cui pensare” per intervenire, in modo miracoloso, a salvare una persona che non aiuta sé stessa ma rimane ferma a pregare. L’unica cosa che aiuta veramente è affidarsi a quella rete di relazioni fra esseri umani (parenti, amici, ecc), ma anche fra spiriti e antenati che per Alourdes va sotto il nome di “famiglia”. La mizè, la miseria, il dolore, è una condizione umana a cui non si può sfuggire se non durante quei brevi, effimeri momenti di chans, di non-sfortuna, che di tanto in tanto danno un sollievo all’esistenza. Per questo il lavoro dello specialista del sacro, il sacerdote-guaritore Vodou, non è meno utile, nella vita di ogni giorno, di quello del contadino e del muratore. Vivere trascurando gli spiriti è come vivere senza curarsi di accumulare il cibo per l’inverno, senza preoccuparsi di prepararsi un riparo per la pioggia. È vivere “naive”, ingenuamente, e quindi esporsi senza protezione (spirituale come economica) a tutti i colpi della sfortuna. Il rito Vodou in pratica è sempre un rituale di guarigione, volto a ristabilire la fortuna, cioè a combattere la sfortuna. E ciò è possibile solo creando, riparando, rafforzando i legami di relazione con e fra esseri umani, antenati e spiriti. Insomma, la sfortuna si combatte solo affidandosi alla famiglia, una famiglia estesa al di la’ dei limiti anagrafici e dei legami di sangue a tutti coloro che hanno importanza nella vita di una persona, parenti e amici; ma estesa anche agli antenati, ai morti verso cui si continua a provare affetto e la cui memoria viene tramandata, e agli spiriti che vengono venerati e “coltivati” dalla famiglia. È interessante notare che però il Vodou non è ottusamente fatalistico, ne’ spinge ad ignorare i normali rapporti di causa-effetto che stanno alla base del pensiero razionale. Al contrario, si sforza di cercare un senso a ciò che razionalmente senso non ha: non il come, a cui risponde molto meglio la scienza, ma il perché una certa disgrazia sia capitata proprio a quella persona e in quel determinato momento. Per far ciò il Vodou distingue fra due tipi di sfortuna. La sfortuna naturale è quella, in poche parole, che viene direttamente da Dio; in quanto tale, la si deve accettare, e il Vodou non può influenzarla in alcun modo. Dio, lontano e inconoscibile, non ascolta mai le preghiere rivolte direttamente a Lui. Questo tipo di sfortuna comprende in pratica solo le malattie più gravi, che non possono ragionevolmente essere curate con infusi di erbe e con un lavoro psicologico e relazionale, o eventi troppo grandi come le guerre e le calamità naturali. Notate che il sacerdote Vodou –almeno quello onesto- non pretende di curare il cancro con rituali magici, come siamo abituati a veder fare agli stregoni e ai truffatori che riempiono le tivù locali. Alourdes molte volte rimanda i clienti a farsi visitare dai medici, in casi del genere.
Poi però c’è la sfortuna sovrannaturale, che ha un’origine magica. Essa comprende le restanti malattie fisiche meno gravi, e tutti i rovesci di fortuna che possono colpire una persona in ambito economico, lavorativo, affettivo e relazionale. In genere tutti questi eventi hanno anche una causa “profana”, apparente, che però, in modo molto simile all’idea della “doppia lancia” Azande, non è mai la “vera” causa, – o almeno così non viene vista dall’interessato, che di conseguenza si rivolge al sacerdote. Il problema per cui il soggetto si rivolge al sacerdote si rivela invariabilmente essere solo la punta dell’iceberg di una serie di problemi nascosti, apparentemente non collegati ad esso, e che riguardano sempre la sfera relazionale (estesa naturalmente all’ambito umano e a quello degli antenati e degli spiriti). La diagnosi della causa vera del problema può essere di vario tipo. Ci può essere una difficoltà di relazione con uno spirito, che è “arrabbiato” perché il soggetto ha fatto qualcosa di male, o ha trascurato i suoi doveri. In tal caso, una volta individuato il problema, e sufficiente fare ammenda e ottenere il perdono dello spirito per curare la sfortuna. È il percorso che ha seguito la stessa Alourdes quando è stata costretta dagli spiriti a prendere in mano l’ ason e a farsi iniziare. Infatti Alourdes era stata indicata fin da piccola come degna erede della magia della madre, Philomise. Ma quando era andata a vivere a New York, credette di non aver più bisogno degli spiriti, in una città tecnologica e occidentale. Invece laggiù la sua vita era miserabilissima, e per di più era sempre ammalata. Erano, secondo la concezione Vodou, gli spiriti che erano adirati per il suo abbandono; tornata brevemente ad Haiti Alourdes prese l’ ason, e al suo ritorno a New York la sua vita iniziò a prendere il binario giusto. Un discorso analogo può essere fatto per un morto – un antenato - che ritiene di non essere abbastanza ricordato e venerato dai suoi “figli”.
Dopodichè vengono le diagnosi che fanno risalire il problema ad altri esseri umani viventi. La diagnosi dell’ “occhio” indica che la causa del problema è l’eccessiva pressione della gente sul soggetto : “troppa gente che lo pensa”. L’ “occhio cattivo” invece presuppone un sentimento malevolo di una persona – invidia, gelosia, odio, desiderio di vendetta. Questi sentimenti da soli possono veicolare le energie spirituali per danneggiare il soggetto, senza che lo “stregone”, nel senso Azande, ne sia consapevole. Ben più grave è il caso in cui qualcuno “fa un lavoro” sul soggetto, sta cioè usando pratiche e rituali Vodou per danneggiarlo in modo intenzionale. Se poi si tratta di un “lavoro della mano sinistra”, ovvero un rituale di magia nera, pericolosissima e malvagia, allora il soggetto rischia anche di morire.
Notare che il “lavoro della mano sinistra” comprende proprio quelle pratiche che si vedono nei film horror, con bamboline e spilloni, crani umani, sangue eccetera. Il problema è che nel pregiudizio occidentale il Vodou tout court viene assimilato a questa particolare specializzazione. Alourdes ad esempio, come tutti i membri della sua famiglia e del suo entourage, non vuole avere nulla a che fare con la “mano sinistra”, al punto da tagliare i ponti del tutto con un cugino che la praticava e pagarne di persona le conseguenze. In effetti Karen non è sicura di poter dire lo stesso delle numerose altre famiglie Haitiane di Brooklyn che non conosce, ne’ delle altre forme di Vodou diffuse nel mar dei Caraibi; di sicuro, la “mano sinistra” viene usata solo da pochi, e quei pochi lo fanno per lo più in segreto.
Dopo la diagnosi viene la cura. Ci sono molti tipi di riti, dalle preghiere, ai bagni rituali con acqua, profumi, e altre cose “non così gradevoli”, le pozioni a base di erbe, l’uso di feticci, e molto altro. L’elemento centrale comune a tutti i riti però è uno solo: il desiderio (wish). Il soggetto deve esprimere un desiderio, una richiesta ben precisa agli spiriti, senza ambiguità di sorta; e per poterlo formulare deve avere ben chiaro che cosa vuole veramente. Il che richiede solitamente un’approfondita riflessione. Dopodichè è necessario che per molto molto tempo il soggetto continui a ripetere alcuni semplici gesti rituali, rinnovando ogni volta il proprio desiderio. Qui vorrei aprire una piccola digressione sul valore terapeutico del Vodou. Dal punto di vista scientifico, è ovvio che la pratica Vodou non ha alcun valore medico “reale”. Se una persona è ammalata, la causa è sempre fisica, biologica, e non ha niente a che vedere con i problemi psicorelazionali, tranne nei casi di malattie psicosomatiche. Ma il vero scopo del Vodou non è curare i sintomi, che vengono già curati con le normali medicine o si curano da soli con il tempo; il vero scopo del rituale è rendere comprensibili, e quindi affrontabili, i problemi di relazione (estesi a diversi livelli, sociali, relazionali, psicologici) usando dei rituali che sono condensazioni simboliche di complesse situazioni sociali, psicologiche, e spirituali. Il “paziente”, la persona che si rivolge al sacerdote Vodou, è un soggetto attivo durante tutto il processo di guarigione e soprattutto dopo. Il risultato della cura Vodou non si misura su riscontranze pratiche e oggettive. In fin dei conti, il problema per cui il soggetto si era mosso si rivela essere un falso problema, il riflesso di qualcos’altro. Il vero risultato in realtà è individuare la “vera” causa (psicologica, relazionale…) di un problema apparentemente scollegato, che ne è solo un lontano sintomo. L’obiettivo non è curare il sintomo, ma curare la causa; e viene raggiunto quando si riesce a indurre nel soggetto un modo diverso di porsi, un diverso atteggiamento nei confronti del suo problema. In altre parole il soggetto deve iniziare a pensare a sé stesso non più come ad una vittima, destinata a subire la volontà degli altri e l’arbitrio delle circostanze, ma come un soggetto attivo, che ha riflettuto su ciò che vuole ed è stata in grado di formulare un desiderio, e che ogni giorno ribadisce agli spiriti la sua richiesta e riafferma davanti a sé stesso la propria determinazione. Miglioramento dell’autostima, effetto placebo, impulso all’autoanalisi e suggestione si mescolano e si confondono, rendendo sfuggente qualsiasi giudizio di merito sull’efficacia effettiva del Vodou; ma a noi interessa soprattutto il suo ruolo e il suo valore all’interno della società e del mondo in cui vive Alourdes; che, significativamente, è la città di New York, simbolo per eccellenza dello stesso “mondo globale” in cui viviamo anche noi. Chiudo questa digressione e ritorniamo al nostro libro.
Un altro dei principali temi affrontati è quello della famiglia, a cui accennavo prima, ma che merita qualche parola in più. Intanto, notiamo che la parola “famiglia” nel linguaggio Vodou ha un significato molto più ampio. Oltre alla famiglia biologica composta dai parenti, allargata poi anche agli amici intimi, e ad un livello più ampio a tutta la comunità, tutta la “tribù” composta dalle persone che non si considerano estranee, la famiglia si estende anche al mondo soprannaturale e in particolare agli antenati morti e agli spiriti, che sono in effetti il fulcro del Vodou. Non a caso i capitoli dispari, quelli romanzati, riportano storie e leggende degli antenati di Alourdes, che si sono tramandati per linea di sangue il potere magico e l’attitudine a diventare manbo. Gli stessi spiriti, lwa in africano, sono organizzati più che in un “pantheon” in una sorta di rappresentazione simbolica della famiglia, in cui ogni spirito rappresenta un “tipo”: c’è l’uomo anziano e l’uomo giovane, la donna-madre e la donna-vergine, e così via. Il modello familiare si estende e si riflette nel mondo degli spiriti, e la manbo non a caso si “sposa” con uno spirito di cui diventa la “moglie”, e accudisce tutti gli spiriti della famiglia nutrendoli e accudendo il loro altare come se fossero suoi figli, e ricevendo in cambio consigli e protezione come se fossero i suoi genitori.
Accennavo in precedenza all’importanza del Vodou nel creare e mantenere l’ordine della famiglia e della società. Un altro aspetto importante è la costruzione dei ruoli di genere. L’autrice si sofferma molto sulla femminilità, essendo sensibile alle tematiche femministe, e ovviamente anche perché si trova davanti una sacerdotessa che è allo stesso tempo una donna che non ha marito e che vive con la figlia e numerosi bambini. Le tematiche femminili per ciò non potevano non essere importanti. Dal libro emergono le tradizioni dell’antica Haiti agricola, in cui il ruolo della donna era estremamente importante per la sopravvivenza della famiglia, con ruoli di responsabilità economica che di fatto garantivano loro anche una certa indipendenza, benché poi i ruoli di potere fossero eminentemente patriarcali. Ciononostante la vita delle donne haitiane ci appare estremamente dura e faticosa, soprattutto quando, in seguito all’urbanizzazione e al peggiorare delle condizioni economiche, la famiglia tradizionale cessa di esistere e molte donne si trovano ad essere sole, in periferie degradate, con numerosi bambini da sfamare e senza che nessun uomo si prenda la responsabilità di aiutarle. Molte di queste donne, se dotate della necessaria sensibilità e della predisposizione, finiscono per accettare il servizio agli spiriti, riconoscendo nelle loro difficoltà dei segni della collera degli lwa. Naturalmente non è un collegamento arbitrario, questo passaggio deve essere preceduto da segni precisi, sogni premonitori e dal susseguirsi di sfortune in tempi brevi, e dev’essere accompagnato da costosi e lunghi rituali di iniziazione. Come abbiamo già visto, anche Alourdes ha seguito questo stesso percorso.
Un altro discorso che non può essere ignorato è quello politico. Chiaramente il Vodou ha un grande peso sia nella società haitiana sia, a maggior ragione, nelle comunità di emigranti di New York. Partendo da Haiti, non possiamo ignorare il fatto che il dittatore dell’isola Duvalier si serviva del Vodou, dei suoi simboli e delle sue tradizioni, per tenere sotto controllo la popolazione. Si presentava infatti in primo luogo come un potentissimo stregone, sommando a quest’aura di sacralità il terrore sparso dai suoi brutali tirapiedi fra la gente e gli oppositori. Nella fase della diaspora il Vodou non perde la sua importanza sociale e politica, ma questa volta viene utilizzato per scopi del tutto opposti. Infatti sappiamo bene che gli immigrati dalla zona caraibica, ma gli haitiani in particolare, erano e sono oggetto di pesanti discriminazioni da parte degli statunitensi, tanto che sia Alourdes che la figlia Maggie per gran parte della loro vita si sono preoccupate di tenere segreta la loro appartenenza al Vodou e si sono sempre presentate ai “bianchi” come cattoliche. La manbo esercitava la sua professione con grande discrezione, sempre evitando di attrarre l’attenzione dei vicini. Probabilmente la paura degli haitiani e la loro prudenza erano anche esagerate, abituati com’erano a vivere sotto una spietata dittatura davano per scontato che anche a New York si praticassero le stesse forme di brutalità. Invece con il passare del tempo e in particolare con l’uscita del libro, la situazione ha iniziato a cambiare, come vedremo più avanti. Per il momento vorrei solo ricordare che i terribili pregiudizi occidentali nei confronti del Vodou avevano anch’essi delle precise origini storiche e politiche. Infatti fra i bianchi nessuno aveva mai sentito il bisogno di parlare degli haitiani, nel bene e nel male, finchè non erano altro che una lontana popolazione caraibica di schiavi. Ma quando si ribellarono e ottennero la libertà, mentre ancora negli Stati Uniti si praticava la schiavitù, divennero all’improvviso pericolosi. Per evitare che gli haitiani fossero presi a modello dagli altri popoli caraibici o peggio ancora dagli schiavi delle piantagioni del sud, i bianchi iniziarono una campagna di denigrazione e demonizzazione sistematica. Iniziarono a fiorire le leggende sulle streghe Vodou e sui terribili malefici che praticavano; la “barbarie” della loro religione doveva dimostrare che gli haitiani erano “selvaggi” e non si potevano governare da soli. Da allora, anche se haiti è rimasta formalmente indipendente – nonostante l’implicita supremazia economica statunitense – il mito del Vodou “satanico” è sopravvissuto e sopravvive ancora nell’immaginario collettivo, in cui la parola Vodou è automaticamente associata al maleficio della bambola e degli spilloni.
Per quanto riguarda l’approccio teorico di Karen, ho già accennato al fatto che può essere considerato ermeneutico, anzi un ottimo esempio di ermeneutica applicata. Non mi pare che l’autrice sia interessata a dimostrare una qualche “tesi” specifica sulla natura del Vodou o sul carattere degli haitiani; è però interessata a mettere in luce le relazioni fra il Vodou, la società haitiana e il suo modo di integrarsi nella società statunitense. Il Vodou alla fine appare come un indispensabile legame di coesione dei gruppi haitiani a New York e un vincolo indissolubile per definire la loro identità etnica e culturale, ma allo stesso tempo non è un ostacolo ai loro tentativi di integrarsi, vista la natura estremamente flessibile e adattabile di questo culto. L’autrice, pur senza affermarlo esplicitamente, lascia affiorare pagina dopo pagina l’idea che il Vodou sia un elemento positivo e vitale all’interno della società americana, e non una piaga da estirpare come molti fino a quel momento avevano pensato.
Sul Vodou in quanto “magia” e “idolatria” gravavano tutti i pregiudizi occidentali e cristiani che ben conosciamo: il Vodou visto come superstizione inutile e ridicola, o come pericolosa magia satanica. Invece la lettura del libro porta i lettori a capire qual è il vero valore del Vodou, la sua efficacia come tradizione culturale e come contenitore di identità etnica, il suo ruolo basilare nell’organizzare la società haitiana anche nella diaspora, nel gestire i ruoli sociali e di genere, la sua capacità di essere fluido e di mantenere vive le tradizioni senza opporsi al cambiamento, e infine anche la sua efficacia terapeutica o meglio psico-terapeutica.
Quindi più che una tesi particolare, l’autrice nel suo libro ha portato avanti un lavoro di bridgebuilding, come dice nell’introduzione. La costruzione di un ponte che unisca due diverse società, due diverse culture: quella statunitense, ovvero occidentale, “europea”, scientifica e protestante, e quella haitiana, allo stesso tempo “africana” e “sudamericana”, cattolica e magica. Questo ponte è stato iniziato proprio dagli immigrati haitiani, da Alourdes, ed è quello che loro chiamano “surviving in New York City”. È un ponte che hanno costruito con la loro emigrazione, con il loro adattarsi alle norme di vita della città, con il loro sforzo di imparare la lingua e il loro desiderio di adattarsi ai canoni e ai clichè della cultura locale .Emblematico in questo senso un aneddoto: la stessa Alourdes, nata in un mondo in cui la pinguedine è bellezza, dopo aver passato una vita orgogliosa e soddisfatta della propria stazza imponente che ad Haiti la rendeva attraente, dopo alcuni anni a New York ha iniziato a parlare di diete! L’altra parte del ponte lo costruisce Karen, andando loro incontro dalla sponda opposta e facendo un lavoro analogo, di comprensione e scambio culturale, essendo coinvolta in prima persona in questo lavoro non meno degli haitiani.
Il risultato è un trait-d’union che rende possibile il dialogo fra due mondi lontani che però hanno tanto da imparare l’uno dall’altro; il successo del libro e la consacrazione di Alourdes, come abbiamo visto, a portavoce degli haitiani statunitensi nel loro “risveglio”, ne è la migliore dimostrazione.
In conclusione ritengo che il libro della Mc Brown sia un ottimo esempio di etnografia moderna, lontana dai clichè colonialisti e calata nella realtà del mondo contemporaneo, in cui non serve andare molto lontano per incontrare l’ “altro”, ma basta fare un giro nei quartieri periferici della propria città natale. L’approccio ermeneutico, fuso con un punto di vista in gran parte interno al gruppo oggetto di studio, permette una profondità di analisi stupefacente, senza rinunciare allo sguardo critico e “occidentale” da cui, anche volendo, l’autrice non poteva staccarsi. Con grande onestà invece Karen ha ammesso di non potersi elevare dal proprio personale punto di vista, di non poter fare etnografia dall’alto di una mongolfiera, e con grande umiltà ci presenta il mondo del Vodou haitiano a Brooklyn, New York , così come lo si può vedere dalla prospettiva ristretta ma precisa della famiglia di Alourdes: niente più di questo.
L’autrice non elabora alcuna ardita teoria da dimostrare ad ogni costo, tranne forse quella implicita che emerge dalla scelta stessa del gruppo studiato: che non esiste alcuna cultura “malvagia” ne’ alcuna tradizione “insensata”, e che l’incontro sincretistico di diverse culture è fecondo di novità e crescita culturale per tutti; il Vodou è il simbolo di questo incontro, il figlio meticcio e illegittimo di numerose diverse civiltà, e al tempo stesso un esempio di religione ancora vivace in quest’epoca di secolarizzazione.
Forse, implicitamente, rappresenta anche un modello per il rinnovamento della religione, un modello di culto flessibile, adattabile, ma al tempo stesso forte di un’identità coerente e di una tradizione antichissima. Una religione che non si oppone alla scienza e che non pretende di fermare il corso del tempo, ma che al contrario si adatta alla realtà, inserendosi negli interstizi di significato che rimarrebbero altrimenti vuoti; una religione che guarda al singolo individuo e ai suoi problemi concreti e non ad astratte e superate formulazioni cosmiche e teologiche; una religione, insomma, che raggiunge lo scopo di fornire atteggiamenti e motivazioni, di dare un senso a ciò che di per sé senso non ha, di venire in aiuto ai limiti degli esseri umani (fisici, mentali ed etici) e di essere veramente il linguaggio strutturale della vita in società.
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